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Virgin Mountain

  • Titolo originale: Fusi
  • Paese: Islanda
  • Anno: 2015
  • Regia: Dagur Kári
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 94 min.
  • Cast: G. Jónsson (Fúsi), I. Kristjánsdóttir (Sjöfn), S. Kjartansson (Mörður), M. Jóhannsdóttir (Fjóla), F. Dagsdóttir (Hera), A. Jónsson (Rolf)
  • Sceneggiatura: D. Kári
  • Soundtrack: K. Fundal, D. Kári
  • Fotografia: R. Videbæk
  • Montaggio: O. Bugge Coutté, A. Steinn
  • Distribuzione: Movie Inspired
  • Uscita in sala: 06.04.17
  • Visione in v.o.: Consigliata
  • Trama: Fusi è un quarantenne che fatica a entrare nel mondo degli adulti, trascinandosi in una realtà fatta di monotonia e routine. Quando una donna iperattiva e un bimbo di otto anni entrano improvvisamente nella sua vita, è costretto a saltare le tappe e assumersi le sue responsabilità.
  • Voto redazione: 8
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Scritto da Gloria Mottarelli

Premiato al Tribeca Film Festival come miglior film e sceneggiatura, il quinto lungometraggio di Dagur Kari “Virgin Mountain” arriva da noi solo ora, ma meglio tardi che mai.

 

Fusi, titolo originale, più limpido e immediato, racconta la storia di una gigantesca montagna vergine. Un uomo che ho avuto voglia di abbracciare sin dalla primissima inquadratura, in cui siede con sguardo impassibile nella macchinina trasporta-valigie dell’aeroporto in cui lavora. Voglia di stringermi forte al suo grembo e dirgli “Non sei solo.”
 

Sarà che mi son sempre un po’ commossa a vedere le persone sole, che da piccola provavo una pena tremenda anche solo per chi portava gli occhiali (ovvero il 50% della popolazione). Ma vi dirò, impossibile non affezionarsi a lui.
 

Lui, la cui massa corporea è direttamente proporzionale all’amore che ha da dare. Che non ha quasi più capelli in testa ma non rinuncia alla fierezza di un codino. Che a 43 anni vive ancora con la madre e non ha mai avuto un contatto con l’universo femminile.
 

Una versione scandinava di 40 anni vergine? Di un altro livello però.

 

Siamo nello scenario desolato dell’Islanda, dove tra il grigiume perenne e qualche tempesta di neve, le persone conducono la loro vita. Cosa che considero già straordinaria, data la necessità che ho di vedere il sole almeno una volta al giorno per stare bene.
 

E’ un’atmosfera che ormai ha quasi creato un genere, quello dei film “nordici”, caratterizzati da colori bluastri, personaggi bizzarri e un sottile umorismo che stempera anche le situazioni più tragiche.

 

La quotidianità di Fusi è piatta come l’elettrocardiogramma di un morto. Avanza lenta, tra una tazza di coco pops annegati nel latte la mattina, un lavoro da cui non ha mai preso un giorno di ferie, una cena al ristorante thai il venerdì sera. Protetto nella sua ciccia, gioca a fare la guerra con un modellino di un battaglia di El Alamein, ma non ha il coraggio di combattere le battaglie della vita vera. L’unica amica è una bambina di otto anni che preferirebbe una coetanea con cui giocare alle barbies e che gli dice “Io non penso che tu sia strano”.
 

Insomma, tutto preannuncia la prossimità, nonché la necessità di un qualcosa che sconvolga i ritmi, che riporti l’elettrocardiogramma a disegnare alti e bassi senza tregua.
 

E quel qualcosa è un’ iscrizione omaggio ad un corso di ballo country, regalo del fidanzato della madre, che sembra volersi togliere un po’ di mezzo quel figliastro ingombrante.
 

E Fusi, orrendamente spaventato dall’incombenza di una novità nella sua vita, a quel corso non ci entra. Rimane fuori, chiuso in macchina, ad ascoltare la radio. Ma la novità, che ha ormai perso la pazienza, se lo viene a prendere, e ha le sembianze di una ragazza di nome Sjofn. Quello che sembra l’inizio di una di quelle meravigliose storie d’amore fatte di anticonvenzionali moti di corteggiamento, si rivela in realtà una storia di solidarietà umana.
 

Sjofn soffre di depressione, è volubile come il tempo sull’isola in cui vive ed è ancora più sola di Fusi.
 

Ed è lì che il nostro gigante buono scopre l’amore, nel prendersi cura di un’altra persona senza aspettarsi nulla in cambio. Siamo esseri sociali, abbiamo bisogno d’affetto, prima o poi ce ne rendiamo conto tutti. Ancora di più se piove e fa freddo.
 

E poiché le cose non si evolveranno come sperato, Fusi troverà la forza di uscire da quell’isola che lo intrappola e al tempo stesso lo rappresenta, di partire alla volta del mondo.
 

Al mondo ci sono migliaia di Fusi. Forse non sono tutti tanto dolci e amabili, ma esistono.
 

E ciò che stupisce, merita rispetto e forse suscita anche un po’ di ammirazione, è che si accettano per quello che sono, bene o male che sia. Fusi è uno di quelli che trova il coraggio di aprirsi al mondo, il che non significa adattarsi bensì scontrarsi con la vita per godere di quel che di buono sa donarci.

 

 

Voti della redazione

 

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Gloria Mottarelli

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