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Pasolini

  • Titolo originale: Pasolini
  • Paese: Belgio, Italia, Francia
  • Anno: 2014
  • Regia: Abel Ferrara
  • Genere: Biografico
  • Durata: 86 min.
  • Cast: W. Dafoe (Pier Paolo Pasolini), M. de Medeiros, R. Scamarcio, A. Asti, V. Mastandrea, T. Luter, S. Ruocco, D. Pagotto
  • Sceneggiatura: A. Ferrara, M. Braucci
  • Soundtrack: n.p.
  • Fotografia: S. Falivene
  • Montaggio: F. Nunziata
  • Distribuzione: Europictures
  • Uscita in sala: 25.09.14
  • Visione in v.o.: Consigliata
  • Trama: Le ultime ore di Pier Paolo Pasolini, assassinato a Roma il 2 novembre del 1975.
  • Voto redazione: 8
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Scritto da Lorenzo Bottini

Loose all your expectations and don’t give a fuck

 

Non è comune che semplicemente scrivendo il titolo del film e il nome del regista si attivi un cortocircuito di quelli incendiari. Come non lo è, nell’era della beatificazione istantanea, in cui ogni personaggio storico è squadrato e puro come una statua votiva, l’ardire di riconsegnare a Pier Paolo Pasolini il suo mondo, in cui ha vissuto e da cui è stato brutalmente ucciso. Tutto ciò stride con l’inquietante bisogno di normalizzazione di cui sembra patire il gotha della cultura nazionale, che oramai si rifugia nell’agiografia per evitare guai peggiori. Invece Ferrara, lontano anni luce dagli stereotipi del biopic, arriva alla carne nuda senza doverci girar poi troppo intorno, schivando ogni tentazione didascalica. Se giunge ad una santificazione della figura è solo procedendo dal basso, dissacrando lo spazio del corpo, profanandolo.
 

Ferrara fa di Pasolini finalmente un corpo pasoliniano, dolente, pronto all’imminente fine, che si nasconde dietro ogni appiglio che trova. Che siano mani, ombre, proiezioni, spigoli, Willem Defoe sistematicamente cerca di sfuggire allo sguardo della macchina da presa. In questo Pasolini è un film profondamente coerente con la sua ultima produzione che da 4:44 fino a Welcome To New York insiste sulla consapevolezza della fine, sulla sua ritualità. 
 

Pier Paolo Pasolini passa nel suo stesso film/vita come un’ombra destinata a sparire quando si riaccenderanno le luci del sole. E’ dichiaratamente uno zombie, o meglio ancora, un vampiro, spinto dalla sua addiction a ripercorrere mortalmente i gironi del suo inferno solo per dire fuori dai denti: "io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi." Quell’ultima intervista rilasciata a Furio Camillo, intitolata "Siamo tutti in pericolo" e pubblicata postuma, acquisisce così un carattere programmatico più che testamentario, costituisce l’ossatura del pensiero dell’ultimo Pasolini, in guerra aperta con l’establishment del momento.
 

Così anche il film di Ferrara è contro tutti e tutto. Contro le false beatificazioni che in realtà sono solo imbalsamazioni, contro chi mette sul piedistallo il pensatore ma ne disconosce il pensiero, contro le ortodossie che non permettono una lettura concreta e aggiornata dell’artista. 


Ferrara
 ricolloca Pasolini nella quotidianità, dalle colazioni con la madre alle sue letture mattutine, dalle carbonare notturne alle partite di calcio in periferia. Ferrara sfida il mito per trovare l’uomo, e dietro l’uomo il senso. E il senso è l’abisso, lo sprofondare senza fine nei gironi infernali di una Roma luciferina. Ma l’inferno è ancora qui tra noi, ancora più incombente di quanto non fosse quaranta anni fa. Ed è qui la sfida più politica vinta da Ferrara, ricollocare il pensiero pasoliniano in uno spazio-tempo sospeso, in cui sono indiscernibili l’alto e il basso così come il passato e il presente (e forse il futuro), in cui le parole fluttuano spaziando da un italiano stentato, all’inglese, al francese, cercando in tutti i modi di evitare la solidificazione del processo.
 

In questa chiave deve essere vista la realizzazione antifilologica e contemporanea dei due progetti incompiuti di Pasolini, Petrolio e Porno-Teo-Kolossal, esempi di come Pasolini sia ancora di un’attualità sconvolgente. Ferrara riprende Pasolini e lo insegue lontano dalle letture a chiave che per anni lo hanno incatenato, dentro una polvere di detriti e frammenti che corrono verso la fine, scorrendo sanguinando, senza il bisogno di doversi saturare.

 

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