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Alabama Monroe - Una storia d'amore

  • Titolo originale: The Broken Circle Breakdown
  • Paese: Belgio
  • Anno: 2012
  • Regia: Felix van Groeningen
  • Genere: Drammatico, Sentimentale
  • Durata: 100 min.
  • Cast: J. Heldenbergh (Didier Bontinck/Monroe), V. Baetens (Elise Vandeveld/Alabama), N. Cattrysse (Maybelle), G. Van Rampelberg (William), J. Bijvoet (Koen)
  • Sceneggiatura: J. Heldenbergh, M. Dobbels, C. Vandermeersch
  • Soundtrack: B. Eriksson
  • Fotografia: R. Impens
  • Montaggio: N. Leunen
  • Distribuzione: Satine Film
  • Uscita in sala: 08.05.14
  • Visione in v.o.: Consigliata
  • Trama: Elise e Didier si innamorano, nonostante le molte differenze tra loro, e decidono di vivere insieme. Quando la loro unica figlia si ammala gravemente il loro rapporto rischia di distruggersi.
  • Voto redazione:
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(2 Voti)

Scritto da Laura Preite

Will the circle be unbroken
Bye and bye, Lord, bye and bye
There's a better home a-waiting
In the sky, Lord, in the sky

 

Il film Alabama Monroe del regista fiammingo Felix Van Groeningen era il nemico più accanito de La Grande Bellezza agli Oscar 2014. Ero prevenuta. Come per ogni scelta, avevo il 50% delle possibilità di poter orgogliosamente affermare “ha vinto il migliore, ovviamente”, e l’altro 50% che, invece, mi avrebbe portata a ricredermi, a fare qualche passo indietro e rivalutare tutto. Ripudiando la matematica, perché matrigna bacchettona e arcigna, posso vantare una percentuale che scavalca ogni somma. Europa batte America 2 a 0, con premi non ricevuti, ma meritati, tutti, fino all’ultima sillaba dei titoli di coda.
 

Didier ed Elise, un uomo e una donna che si incontrano a cavallo tra il ‘900 e il nuovo millennio. Lui un cantante di bluegrass, una forma radicale, e quasi rudimentale, della country music, suonatore di banjo e con il profilo rivolto all’America, quella terra implacabile e suadente in cui tutto sembra trovare un posto. Lei, Elise, una tatuatrice ossuta, con gli spigoli di un viso che sembra, ogni secondo, voler combattere con l’aria; un corpo cosparso di inchiostro in cui è annotata una vita intera. Ma su quella pelle anche i tatuaggi possono perdere la loro presuntuosa immortalità.
 

Didier ed Elise si incontrano, si piacciono, si vivono con un’intensità quasi irreale, fino a scegliere di far nascere una bambina, Maybelle (come Maybelle Carter, cantante country della famosa famiglia Carter e madre della più famosa June, l’amante, la moglie, l’amore di Johnny Cash). Nel loro discreto modo di ribellarsi alle convenzioni, intrisi entrambi di sereno e distaccato cinismo, si ritrovano inaspettatamente a dover affrontare la malattia della piccola Maybelle. Un dolore che inizia a penetrare con la lentezza di una flebo e che riesce pian piano a sostituire tutto il resto.
 

Il tempo del film e il via vai di una storia che non potrebbe essere raccontata che così. La linearità prevede una parabola, un percorso che sa da dove è partito e sceglie dove finire. Ma il rapporto di Elise e Diedier si esibisce nel suo illogico, dolcissimo e straziante dondolio. Scene che diventano quasi complementari, nonostante la loro distanza nel tempo; corpi rozzi e disperati nella perdita, corpi stretti e armonici negli amplessi che sembrano non voler obbedire all’accanimento dei minuti. L’amore tra i due sfida tutto con le mani sporche di terra. Le mani ruvide di un contadino, di un mercenario che per provare a liberarsi dalla miseria la canta, la sputa fuori da una chitarra scordata, la pizzica su corde tirate e le sorride. È il country, è il blues, è il folk. È il corpo martoriato d’America che le melodie e le preghiere sono riuscite a carezzare. Una poesia sporca, ruvida, un canto succoso e dissidente, un macigno di note che si fanno gaie per cullare versi di sofferenza, suppliche d’amore e urla di solitudini.
 

L’America delle contraddizioni, in cui puoi trovare il tutto e la sua parte nascosta, in cui puoi trovare te stesso o diventarlo e in cui puoi smarrirti senza rimedio. È l’America ballabile, che nel tempo di una sonata sa narrare il gesto che ha fatto innamorare e quello che ha fatto morire. Elise e Diedier, sono quell’America in cui lui seduce piangendo e lei bestemmiando e in un abissale e vertiginoso riconoscimento reciproco non sono più separabili. O forse sì. In una promessa fatta di fronte all’imitazione di Elvis Presley, con una sintonia che scoraggia qualsiasi resistenza, entrambi sembrano prendere sul serio il “finché morte non vi separi”. Solo la morte. L’inesistenza, la sparizione, l’impossibilità di riguardarsi. Non basta cambiare identità, Alabama Monroe è un gioco macabro per provare a fuggire via da se stessi, concedersi un passaporto intonso e ricominciare, ma si è sempre lì. Rinchiusi in un corpo scritto in cui impazzire e un altro così enorme, così ingombrante, da non sapere più dove posizionare. L’assurdità di ritrovarsi di nuovo da soli e sentirsi completamente inadeguati.
 

Alabama Monroe è un canto che ti perseguita anche quando a fatica ti sollevi dalla poltrona. Persiste. E vuoi che persista, come in bocca il sapore di un buon rum e del fondente, dove l’amaro e il dolce sono in un equilibrio inspiegabile, e l’unica cosa che si può fare è abbandonare le braccia sui fianchi e lasciare che tutto accada.
 

Con questo film ho capito, con un po’ di malinconia, che non sono l’unica a chiamare America ogni scoperta, ogni sguardo, ogni curva, ogni musica, ogni capriola della vita. Sono stata scoperta. Sarà che Didier chiede a Elise di sposarlo come Johnny Cash ha fatto con June Carter, sarà che la musica country e il blues sono l’intonazione migliore per ogni storia, e una volta conosciuti diventano anche le note per la tua, sarà che l’ho visto in un momento tanto sbagliato quando giusto, sarà perché mi guardo i tatuaggi e penso che non racconteranno mai abbastanza, sarà tutto questo e tanto altro e non so se nei prossimi giorni riuscirò a vedere un altro film.

 

Voti della redazione

 

Media voti Cinema Bendato

Laura Preite

8½ 

 

Alessia Paris

Greta Colli

Noa Persiani

 

Lorenzo Bottini

 

       

» ideals

 


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