NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo

Il Grande Gatsby (2013)

  • Titolo originale: The Great Gatsby
  • Paese: U.S.A. / Australia
  • Anno: 2013
  • Regia: Baz Luhrmann
  • Genere: Drammatico, Sentimentale
  • Durata: 143 min.
  • Cast: L. Di Caprio (Jay Gatsby), C. Mulligan (Daisy Buchanan), T. Maguire (Nick Carraway), J. Clarke (George Wilson), J. Edgerton (Tom Buchanan), I. Fisher (Myrtle Wilson), C. McAuliffe (Giovane Jay Gatsby), A. Clemens (Catherine), G. Ward, E. Debicki (Jordan Baker), J. Thompson, J. Koman, V. Colosimo, E. Ritchard
  • Sceneggiatura: B. Luhrmann, C. Pearce
  • Soundtrack: C. Armstrong
  • Fotografia: S. Duggan
  • Montaggio: J. Ballantine, J. Redmond, M. Villa
  • Distribuzione: Warner Bros
  • Uscita in sala: 16.05.13
  • Visione in v.o.: Consigliata
  • Trama: Nick arriva a New York dalla provincia. Siamo negli anni '30 e il giovane si trova invischiato negli intrighi di una società dissoluta dove regna il triangolo tra sua cugina Daisy, il marito Tom e l'ex amante della donna Jay.
  • Voto redazione: 7-
Vota il film:
(3 Voti)

Scritto da Lorenzo Bottini

- Se non ci fosse la nebbia si vedrebbe casa tua di là dalla baia. C’è sempre una luce verde accesa tutta la notte all’estremità del tuo pontile.
- Il raggio verde è l’ultimo raggio del sole che tramonta, quando uno lo vede è capace di leggere nei propri sentimenti e nei sentimenti altrui.

 

“Jay Gatsby c’est moi”. Chi aspira ancora a fissare dalla riva lo specchio d’acqua antistante sperando di scorgere il bagliore di una luce verde all’orizzonte è il regista australiano stesso. Gli si legge negli occhi (e nello sguardo) il luccichio di chi crede che il suo sogno sia a portata delle sue dita (o della sua macchina da presa). La bulimia visiva di Lurhmann, la sua sfrenata ambizione e ossessione per il dettaglio descrivono meglio di una didascalica aderenza al testo fitzgeraldiano il personaggio di Jay Gatsby. Perchè nel raccontare un personaggio così “way bigger than life” il cinema si è sempre scontrato con il suo limite maggiore: il terrore di rivelare il suo vuoto, la polvere dietro il palcoscenico, il macchinista dietro il macchinario.
 

La fine del sogno americano è inscritta nelle scintille della sua cinestetica illusione. Così nella sua unica causa a cui vota tutto se stesso, l’essere visto e ammirato come qualcosa altro da se, si sgretola sconfitto non dalla sua visione stessa ma perchè nessuno decide di aderire a tale visione. Non c’è più fede nel credere a ciò che si vede. Lo stesso Carraway, lo spettatore perfetto perchè spiato continuamente, rinuncia al suo compito. “Sono tutti marci, tu solo vali più di tutti quanti messi insieme”. Gli altri non riescono a credere ai tuoi racconti (da Oxford alle medaglie al valore) ma scusa che tra dieci minuti devo prendere il treno per andare in ufficio a Wall Street a vendere obbligazioni e rinsaldare il sogno americano. Che intanto sta già svanendo, ridotto a scenografia luminosa da cui farsi ammaliare per il tempo di un foxtrot ma non oltre. Alle prime luci dell’alba questa sbornia di carrelli impossibili e panoramiche a volo d’uccello ci lascia solo leggermente intontiti ma non irretiti dal mondo magico di un Di Caprio che costruendo instancabilmente la sua Candyland aspira ad essere un novello Howard Hughes ma finisce come un altro Charles Foster Kane.
 

Il lavoro di Lurhmann è un'intensificazione calendoscopica mirata proprio a costruire su quel vuoto che scopre il cinema moderno dopo che la sfera di vetro scivola dalle mani di Welles. Perchè Lurhmann è anche nello sguardo di un Nick Carraway, sempre più narratore non attante, sia nel volere contemplare la meraviglia visiva che ha costruito sia nel sostituire la neve con le lettere del romanzo in fieri. E’ in questa dicotomia incontrovertibile che Il Grande Gatsby dimostra la sua totale inattualità, il suo onirico ideale di un cinema democraticamente aristocratico, il suo voler vedere e allo stesso tempo darsi come unico soggetto scopico. Così nel movimento convulso, inarrestabile, ipercinetico esplica il suo desiderio totalizzante, che sovrappone Beyonce in chiave charleston ai ricevimenti dell’alta società di Long Island o i rappati di Jay-z ai lavoratori di colore, di annullare il tempo trascorso, di ricominciare da zero. Come Gatsby vuole cancellare con un colpo di teatro i cinque anni senza Daisy, Lurhmann sogna di ripristinare un cinema che può vivere solo sul grande schermo (con un 3D architettonico ed indispensabile). Falliscono entrambi perchè ormai anche il tempo è una misura economica e corre in un solo verso (stupendo il momento quando Gatsby rompe inavvertitamente l’orologio di Nick e non è in grado di ripararlo).
 

Pop, barocco, stilizzato, dolcificato. Il Grande Gatsby è soprattutto il sogno lungo un giorno del cinema americano che non si rassegna al suo tramonto, che tenta di rimanere in vita re-inscenando ogni volta se stesso. Teneramente ingenuo nel credere in una platea che abbia la stessa sua fede nelle immagini. Che veda una luce verde attraverso la nebbia del quotidiano, l’ultimo raggio prima della notte.
 

“Ah! Venga il tempo
In cui i cuori si innamorano!”

 

Voti della redazione

Media voti Cinema Bendato

Alessia Paris

Greta Colli

 

Noa Persiani

 

Lorenzo Bottini

 

» ideals

 


Togliamo le bende al cinema.

Togliamoci le bende.

» sponsor



 
    

 

 

 

 

» about

 

Cinema Bendato

Manifesto

Redazione

Facebook

Twitter

Credits

Link

 

Contattaci

 

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.