NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo

Her

  • Titolo originale: Her
  • Paese: U.S.A.
  • Anno: 2013
  • Regia: Spike Jonze
  • Genere: Drammatico, Commedia, Sentimentale
  • Durata: 126 min.
  • Cast: J. Phoenix (Theodore), S. Johansson (Samantha), O. Wilde (Appuntamento al buio), R. Mara (Catherine), A. Adams (Amy), C. Pratt (Paul), B. Johnson
  • Sceneggiatura: S. Jonze
  • Soundtrack: O. Pallett
  • Fotografia: H. Van Hoytema
  • Montaggio: E. Zumbrunnen
  • Distribuzione: Bim Distribuzione
  • Uscita in sala: 13.03.14
  • Visione in v.o.: Consigliata assolutamente
  • Trama: Uno scrittore solitario sviluppa un'insana dipendenza dal sistema operativo del suo computer, progettato con una voce femminile per soddisfare tutte le sue esigenze.
  • Voto redazione:
Vota il film:
(4 Voti)

Scritto da Luca Murri

e da Lorenzo Bottini

Innamorarsi è una cosa folle. E' come una forma di follia socialmente accettabile.

Her è un capolavoro. Di quelli che non lasciano nemmeno il tempo di formularlo come tale, che già ti si sono abbissati dentro e radicati nei lati più oscuri e dolci del tuo essere. Spike Jonze non realizza un film complesso e cervellotico sulla condizione umana rispetto alla tecnologia e al nostro convivere sempre più con essa. No. Fa molto più. Utilizza l'applicazione vita con l'alienazione e il vuoto della condizione esistenziale dell'intimità umana. E la mette in disperato contatto con la potenzialità tecnologica. E' un film filosofico senza il bisogno di pensarsi tale. E' un faro che disegna con le ombre il ruolo e la posizione dell'uomo moderno e della metropoli. Senza alcuna forma di moralismo e di accusa. Jonze gioca. Gioca attraverso la sua scanzonata e geniale visione del mondo e giocando si avvicina al senso vero delle cose. Quello che non si intellettualizza e non si teorizza, ma si ''sente''. Crea un mondo di una bellezza e di una semplicità disarmante, un ritratto di quel bisogno tenero e fisico del nostro organismo, di creare illusione e mondi. Di sentirsi anima prima di tutto. Di staccarsi dalla materia e dal corpo per dar vita a molto più che carne. E persino quando la drammaticità si affaccia nella sua constatazione, Jonze sfugge alla banalizzazione tutta mentale e facile del male tecnologico. E si aggancia al senso evolutivo e alla sua riconoscibilità fuori da ogni era e universo. Phoenix è semplicemente mostruoso nel regalarci il riflesso di un uomo unico e qualunque. Un'interpretazione che lo consacra come forse l'unico vero erede di quell'approccio al personaggio tipico di Marlon Brando. Che non riduceva a semplice ''diventare'' o essere i caratteri e le forme, ma che consegnava una molteplicità di anime e di dialogo continuo con lo sguardo e l'inquadratura. L'essenzialità degli effetti speciali è stupefacente per la loro silenziosa riuscita nel farti immergere in dettagli (in)possibili e più che veri. Le musiche dei facilmente considerati indi-giovani(listici) Arcade Fire, entrano nella poesia del film senza alcuna forzatura di estetica sonora, lavorando come un Brion ispirato e meno colto. E' un film straordinario che come Holy Motors (nonostante i due metodi e gusti completamente diversi) fa dell'uomo catapultato nell'universalità della posizione umana del suo tempo, un essere informe seppur definito. Ma questa volta c'è il sentimento devastante che ci fa piangere, ridere, battere il cuore. C'è la morbidezza dell'amore. Il calore irrinunciabile del cinema classico. Che, con un impasto di idee e visioni come di emozioni e parole, dà energia allo specchio più riconoscibile di un uomo: Quello del cinema, che sa farci essere tutt'altro nel vedere noi stessi. Che ci lancia infuocati, come una freccia astratta, da una parte all'altra dell'esperienza di esistere. 
 

Quello che stupisce maggiormente dell’ultimo film di Jonze è che riesce a raccontare la contemporaneità senza porsi in una posizione di giudizio verso lo stato delle cose. Anzi evita coscientemente ogni tentativo di mimesi e si appropria di un cinema intimamente classico, che riconosce nell’antropocentrismo il vertice mitopoietico. Her è una vera storia d’amore, di quelle da ricordare e da sentirle ancora sanguinare, e che ha il coraggio di affrontare una tematica così oscenamente esposta senza mancare molti spigoli. Il digital device che separa Samantha da Theodore non è solo dovuto solo ad una differenza di natura, come è stato più volte sottolineato, ma, credo, all’incapacità del cinema di rappresentare questo gap. Nonostante il film sia da titolo una costruzione del personaggio interpretato vocalmente da Scarlett Johansson già dal cartellone pubblicitario incorriamo del paradosso che accompagna l’intera pellicola. Il titolo del film è impresso su una foto a tutto campo di Joaquin Phoenix, creando da subito quella distopia che diventa sempre più accentuata con lo scorrere delle immagini. Quello che manca nella relazione di coppia tra Theodore e Samantha, più che del rapporto fisico, sostituito da un’oralità totalizzante, è una polarità di sguardo. Quello su cui il cinema classico aveva costruito la sua attrattiva spettatoriale, il contatto visivo tra i personaggi che creava la base per la narrazione, qui scompare annullata in una collimazione di sguardi. Samantha vede il mondo dal taschino di Theodore e lo osserva assecondando i movimenti del suo amante/avatar. Quando Samantha decide che il suo percorso di conoscenza non può limitarsi a seguire quello che Theodore le prepara, ecco che appare evidente come la mancanza del controcampo definisce l’insostenibilità del rapporto. E questa situazione, incorniciata nella logline, è conseguita anche nell’altro rapporto fallimentare di Theodore, quello con la sua ex-moglie. Ma mentre nel caso di Catherine il sovrapporsi era un dato dovuto all’incapacità dei due di dividersi in percorsi di vita che si riuscissero a compensarsi, in quello con Samantha esplode il dramma dell’inesistenza di un punto di vista esterno. Il dramma di un conformismo forzato, in cui tutti si sentono unici e tutti rimangono inevitabilmente traditi, che si riverbera nel placido e accomodante fabric che ingloba l’intero immaginario del film. Prima divertente e piacevole, poi sempre più claustrofobico pensiero unico che annulla qualsiasi scarto potenziale. Her così scivola lentamente nel baratro dello sguardo orrorifico del contemporaneo, senza visualizzarne mai il nero ma immaginandone i contorni, costituendosi sulla latenza piuttosto che sulla mancanza, sull’inquadrare il volto di chi guarda e non poter vedere chi viene guardato. Eye know, eye love you better.
  

Voti della redazione

 

Media voti Cinema Bendato

Luca Murri

 

 

Alessia Paris

Greta Colli

9+

Noa Persiani

8

Lorenzo Bottini

       

 

 

» ideals

 


Togliamo le bende al cinema.

Togliamoci le bende.

» sponsor



 
    

 

 

 

 

» about

 

Cinema Bendato

Manifesto

Redazione

Facebook

Twitter

Credits

Link

 

Contattaci

 

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.